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•Bibliografia su Formia nell'età medievale

•Roberto Frecentese: pubblicazioni


Nel sito gli studiosi possono trovare informazioni sulla cittą di Formia in etą medievale, dal raccordo con il tardo antico al termine del basso Medieovo.

I saggi sono condensati dalle pubblicazioni di Roberto Frecentese riportate in calce.

Senza alcuna pretesa di esaustivitą, vengono ripercorsi alcuni tratti della storia formiana.

La bibliografia riporta i contributi pił significativi assieme ad alcuni studi di carattere pił generale, utili come punti di riferimento.


 

Formia: dalla città ai borghi

La situazione agli inizi del IX secolo.

Agli inizi del IX secolo Formia mostrava i segni tangibili di un irreversibile declino, mentre Gaeta accentuava la propria ascesa iniziata da poco meno di un secolo.
La decadenza di Formia è stata spesso correlata nella storiografia all'improvvisa apparizione dei Saraceni, ma in realtà il centro demico viveva la più generale crisi delle città meridionali.
Nell'arco di un paio di secoli si era modificata la composizione dell'agglomerato sociale e si era assistito al tracollo del tessuto economico.
Gaeta appariva il nuovo centro propulsore del Golfo: il pontefice Adriano I (771-795) nel maggio 778 ricorda gli "habitatores castri Caietani" ed il vescovo formiano Giovanni nell'830 stilava i propri documenti nel "deo serbato kastro kaietano", così come riferito dal Codex Diplomaticus Cajetanus (= C.D.C., I, II). L'indifferenza con la quale il vescovo si chiamasse alternativamente formiano o gaetano appariva una questione puramente formale. Dall'867 il vescovo Ramfo assumeva stabilmente il titolo di "episcopus sedis (?) sanctae gaietane ecclesie" (C.D.C., I, XIII). Per cui anche la magistratura religiosa già dal 787 aveva ritenuto opportuno recarsi nel castro di Gaeta e da allora non si era più spostata nella cittadina formiana per esercitare le funzioni connessi all'attività episcopale.
A cavallo della metà del IX secolo i Musulmani sbarcarono sui lidi del sinus Formianus avendo facile giuoco della città; Gaeta resistette agli assalti, avendo alle spalle un'efficiente compagine cittadina, militarmente organizzata, capace di intessere rapporti anche solidi con altre eminenti città del meridione d'Italia.
I Saraceni si trovarono alle porte di Gaeta nell'846, secondo la narrazione di Leone Ostiense: provenendo da Roma, violate le basiliche dei santi Pietro e Paolo, percorsero l'Appia e, dopo aver messo a ferro e fuoco Fondi, s'accamparono e posero l'assedio al castro. Probabilmente i Saraceni avevano già conosciuto le coste del Formianum in brevissime e rapidissime scorribande.
Notizie sulla presenza dei Saraceni nel Golfo si rinvengono in due documenti. Nell'867 (C.D.C., I, XIII) il vescovo Ramfo deliberava su una lite pendente con il chierico Mauro e l'onest'uomo Giovanni circa i coloni Botto e Palumbo, riscattati dalle mani dei Musulmani con le rispettive mogli. Nel 997 (C.D.C., I, XCVII) il vescovo Bernardo cedeva la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, posta fuori della cinta urbana, ai preti e canonici romani, ricordando che "pro nostris peccatis de suprascripte civitate venerunt gens hagarenorum ipsa hecclesia diruerunt et omnia sua pertinentias deinde destruerunt".
Ma è possibile certificare che Formia sia stata distrutta dai Saraceni? Occorre analizzare il sistema delle fonti.
Nel Codex il primo documento che accenna al tragico evento è del 1058 (C.D.C., II, CCVI). Si tratta della donazione della chiesa di S. Erasmo da parte del principe di Capua Giordano all'abate Desiderio, ma si tratta in realtà di un falso.
Nel 1062 (C.D.C., II, CCXVI) la donazione di alcune terre all'abate Marino del monastero di S. Erasmo del 1062 ricorda che la chiesa "constructa esse videtur in civitate furmiana iam diruta".
Nel Codex così a partire dalla seconda metà dell'XI secolo il tragico evento viene rammentato ininterrottamente fino al 1109 con la sola eccezione di due documenti.
Nella Rubrica delle Carte appartenenti al Monastero di S. Erasmo di Castellone di Gaeta che si conservano nell'Archivio del Monastero di Monte Oliveto in Napoli fatta nel 1784 (RdC), una raccolta settecentesca di regesti di documenti (1021-1764) custoditi nel cenobio formiano, compilata con ogni probabilità per fini fiscali, si cita la distruzione di Formia, ma in epoca alquanto tarda.
Nel 1137 (RdC, 3) è ricordata la "concessione, donazione e assegnamento" fatta da Gio. sacerdote e abbate del monastero di S. Erasmo "posto nella distrutta Città di Formia". La stessa fraseologia ricorreva nel 1145 (RdC, 6).
Un primo dato emerge con chiarezza: solo a partire dal 1058/1062 si riferisce di una distruzione di Formia: la notizia viene riportata fino al 1237 (RdC, 14).
Il Codex offre ancora, seppure indirettamente, qualche informazione sullo stato di conservazione della città di Formia tra IX e X secolo. La trasformazione della cattedrale in patronato della famiglia ducale dei Docibile, la necessità di riparare le mura urbane ed il porto, l'attestazione della presenza di cittadini formiani residenti nel castro gaetano e del vescovo sono segnali delle difficoltà in cui versava l'antica città romana.
Tra le fonti letterarie la Chronica di Leone Ostiense, precisa e dettagliata nei riferimenti sulle distruzioni operate dai Saraceni, le opere di Anastasio Bibliotecario, di Erchemperto, l'anonimo estensore dei Chronica Sancti Benedicti Casinensis non ricordano la distruzione di Formia.
Anche tra le fonti arabe raccolte ed ordinate da M. Amari viene menzionata Gaeta ma Formia è ignorata.
La Passio S. Erasmi (1078/1088), redatta dal monaco cassinese Giovanni da Gaeta, poi papa con il nome di Gelasio II, stilata dopo aver consultato ed interpretato testi più antichi tra loro contraddittori, rammenta la traslazione delle reliquie di Erasmo, avvenuta a Gaeta "cum ab Agarenorum exercitu destructæ fuissent Formiæ". Il benedettino Giovanni da Gaeta quasi certamente aveva visionato nello scriptorium cassinese i testi degli autori delle cronache.
Dalla collazione delle fonti emerge che soltanto la Passio dichiara la distruzione della città, circa due secoli dopo l'avvenimento.
La data dell'evento è collocata tradizionalmente all'anno 846. Ma bisogna pure dire che nella Passio S. Erasmi, la fonte più antica che ricorda la distruzione di Formia, non vi è traccia della data.
Le prime informazioni cronologico sul tragico assalto saraceno lo collocano all'856. Nel 1511 Flavio Biondo aveva assegnato la distruzione di Formia all'856. Il Capaccio esprimeva la medesima opinione: "Portus, atque aliarum rerum nomina Formiae amiserunt cùm a Sarracenis destructae anno 856 in Cajetam fuerunt translatae".
Secondo la Translatio corporis S. Erasmi Episcopi et Martyris ex Formiis Cajetam, compilata nel XVII secolo, la distruzione della città era avvenuta nell'856 ai tempi di papa Gregorio IV e del patrizio Giovanni il Grande. Nel manoscritto, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, affiorano più anacronismi, tra i quali in modo evidente l'impossibilità di collocare contemporaneamente all'856 (ed anche all'846) papa Gregorio IV (827-844) ed il patrizio Giovanni il Grande (877-933/934).
Così come nella Passio il rinvenimento delle reliquie di s. Erasmo viene collocato a distanza di circa trent'anni dalla distruzione di Formia (876/886) sotto il pontificato di Giovanni, l'episcopato di Bono ed essendo patrizio di Gaeta Docibile, figlio di Giovanni già defunto. Anche in quest'affermazione di Gelasio II si ritrovano evidenti anacronismi: l'ipata Giovanni morì dopo il 933. Il pontefice Giovanni X (914-928) era già defunto prima ancora del duca gaetano. Giovanni XI fu papa tra 931 e 935. Ma il vescovo di Gaeta Bono è attestato a partire dal 933.
La Translatio coincide quasi totalmente con la Passio S. Erasmi mantenendo l'intelaiatura, ma distaccandosene in alcuni punti, quali l'aggiunte dell'anno della distruzione (856) o le omissioni di brevi passi.
Posteriore al pontificato di Damaso II (1048) anche l'altra Passio, menzionata dal Papebroch negli Acta Sanctorum, simile alla precedente, non contiene date.
Completa il panorama delle fonti un Breve raguaglio di quel che se desidera dal Monasterio di Santo Erasmo di Castellone di Gaeta per accrescimento delle nostre historie (sec. XVII), bozza servita di base per le Historiae Olivetanae, composte dal Lancellotti al fine di ricostruire storia e consistenza dei cenobi olivetani della penisola italiana. In essa si sottolinea che Formia "fù distrutta da gli Sarraceni l'anno 856 nel qual tempo fù trasportata da Gregorio P.P. la Sede Vescovale nel luogo, dove hora è la Città di Gaeta".
Solo a partire dalla fine del XVII secolo avevano preso corpo l'ipotesi sulla datazione della distruzione da collocare all'846. Fiorirono singolari congetture: alcune spostavano l'avvenimento cruento a date anteriori o appena susseguenti. Spesso la Chronica di Leone Ostiense veniva letta in modo impreciso, travisata o piuttosto si utilizzava l'estrapolazione proposta dal cardinal Baronio.
Tra XVIII e XIX secolo gli anacronismi della Passio gelasiana non furono sufficienti per una revisione critica della cronologia. Eppure il Di Meo nell'Apparato cronologico agli annali del Regno di Napoli della mezzana età aveva avvisato il lettore sulle contraddizioni presenti e prudentemente si limitava ad elencare le date proposte.
Dopo le fonti scritte sono stati esaminati i risultati dei recenti scavi archeologici, condotti nella ex cattedrale di S. Erasmo in Formia, che hanno smentito l'ipotesi di una distruzione attorno ai secc. IX-X del complesso ecclesiale situato extra moenia.
Sembra che la tradizione della distruzione di Formia abbia avuto origine attorno alla metà dell'XI secolo, mentre più antica (999) è la considerazione della distruzione del Borgo di S. Cosma di Gaeta (C.D.C., I, XCVII). La narrazione della Passio è stata utilizzata nell'omiletica durante la festa del patrono cittadino. Compilata in ambiente benedettino nel momento più alto della produzione culturale cassinese, ha avuto notevole diffusione nel contesto delle vicende ducali di Gaeta.
Il problema si presenta piuttosto complesso ed articolato nei suoi elementi costitutivi: è possibile dare credito alla tradizione della distruzione di Formia se tutti i documenti più antichi del Codex (particolarmente quelli del IX-X secolo) tralasciano di riportare la notizia come, invece, sarà uso pressoché costante dopo la seconda metà dell'XI secolo? E la narrazione di Leone Ostiense, precisa nei riferimenti concreti, perché omette un dettaglio di tale rilievo che riguarda una diocesi di antica origine e di indubbia importanza proprio in occasione delle questioni sorte per il recupero da parte del Papato di parti cospicue del Patrimonium Sancti Petri?
Formia faceva parte del Patrimonium. I Gaetani, ai quali premeva che il territorio formiano, nel quale risiedeva la ricchezza e la speranza di ampliamento del ducato, non venisse distrutto o reso impraticabile per lungo tempo, ritennero opportuno stringere un patto con i Saraceni.
Formia aveva subito verosimilmente danni durante le scorrerie, ma furono i danni tipici della razzia, ma il Patrimonium, che costituiva il nerbo economico del reddito a sostegno dell'attività mercantile gaetana, rimase sostanzialmente intatto. L'accordo tra Gaetani e Saraceni era stato favorito dalla tentennante politica papale di Giovanni VIII e dal timore di intrusioni dei principi capuani. I Saraceni, alimentati dalla cospicua presenza di Arabi siciliani, si attestarono così in un punto del territorio per procedere nelle incursioni verso l'interno dell'Italia centro-meridionale, trasformando il primitivo insediamento nella colonia stabile del rîbat. Proprio in due distinte operazioni belliche assalirono con successo le grandi abbazie di S. Vincenzo al Volturno e di Montecassino.
N. Cilento, accogliendo la suggestione di Monneret de Villard, ha spiegato la disponibilità ad accordi con i Saraceni da parte degli ipati di Gaeta Docibile e Giovanni, ma anche dei duchi napoletani e dei prefetti di Amalfi, con la loro scarsa conoscenza del mondo islamico, ritenuto un'espressione del cristianesimo degenerato dalla forma ariana.
Solo con l'adesione alla lega papale di Giovanni X, che sconfisse i Saraceni al Garigliano nel 915, i Gaetani ebbero riconosciute le prerogative sul Patrimonium ricadente nel Formianium. Prova ne è il giuspatronato della famiglia dei Docibile sulla chiesa di S. Erasmo a Formia e delle rendite che provenivano dalla massa sancti Erasmi, creata attorno al VII secolo.
Tuttavia la politica di alienazione dei beni ecclesiastici della diocesi non durò oltre la fine del X secolo. Il vescovo Bernardo (997-1047), figlio di Marino e fratello di Giovanni IV, duchi di Gaeta, operava un'inversione di tendenza rispetto al passato. Tentò il recupero delle proprietà ecclesiastiche (con battaglie anche legali contro i suoi stessi familiari non sempre conclusesi felicemente) e la provvista delle chiese abbandonate o trasformate in proprietà private. Il suo atteggiamento metteva paradossalmente a nudo le difficoltà della famiglia ducale non più idonea a garantire la diretta successione dinastica e l'unità ducale.
Formia subiva in quegli anni le tensioni proprie di una terra di confine nel più ampio contesto dei conflitti regionali dello scacchiere centro-meridionale.
Ma se in termini politico-economici si può giustificare la necessità della salvaguardia del territorio e della città di Formia, resta da capire il senso delle affermazioni contenute nella Passio.
Il tempo della redazione, l'indicazione delle circostanze del trasporto delle reliquie di Erasmo a Gaeta, i trent'anni trascorsi prima del ritrovamento delle ossa del martire rimandano a precise tipologie narrative connesse con la nascita del culto del santo patrono. Gregorio di Tours aveva raccomandato il culto delle reliquie e Gregorio Magno aveva fatto edificare le cripte semianulari per la loro raccolta in una cella memoriae, affinché non andassero disperse o violate. Nella ex cattedrale di S. Erasmo è stata rinvenuta una cripta semianulare. Al vescovo era fatto obbligo di tutelare le preziose reliquie, dalle quali traeva giustificazione la titolarità della sua cattedra.

Formia: chiesa ex cattedrale di S. Erasmo con attigua cappella di S. Probo


Il vescovo doveva autorizzare il trasporto delle reliquie a meno di un precipitoso e improvviso abbandono della cattedrale. Ma era sua responsabilità tornare alle reliquie costatandone l'integrità. Gravi sanzioni venivano comminate a chi osava violare le reliquie.
Non sembra davvero possibile che l'intera serie dei vescovi tra l'845 ed il 919 abbia potuto dimenticare l'osservanza del culto e custodia delle reliquie, già in auge e "codificata" in età merovingica.
Nessuno ha tramandato notizie sulla tutela delle reliquie o sul loro recupero: in soli trent'anni dalla distruzione se ne era obliato il ricordo, così afferma la Passio.
La Passio, scritta a notevole distanza dal rinvenimento delle reliquie, faceva proprio il contenuto di un'iscrizione inserita sopra i gradini dell'altare della cattedrale di Gaeta: "In hoc loco inventum est Corpus Sancti Martyris Erasmi illibatum, et integrum temporibus Joannis Papæ a Bono cajetano Episcopo". Ma della lastra nessun altro ha ricordato l'esistenza.
Nella Passio confluiscano diverse testimonianze. Il monaco Giovanni da Gaeta era vissuto al tempo dei lunghissimi episcopati di Bernardo (997-1047) e di Leone IV (1049-1089). In particolare Leone IV presenziò alla solenne consacrazione della chiesa di S. Benedetto a Montecassino nel 1071. I due vescovi, esponenti di spicco della famiglia ducale, dedicarono le loro energie al recupero dei beni ecclesiastici incamerati o confusi con quelli della famiglia dei duchi o in mano a privati o resi, comunque juspatronato.
La narrazione del monaco Giovanni, costruita secondo gli schemi classici narrativi delle passiones, sembra voler giustificare un modello cittadino, nel quale i duchi avevano approntato la costruzione della cattedrale con e sulle reliquie, riconoscendo il ruolo sacrale cittadino del vescovo ed il vescovo, a sua volta, garantiva protezione a nome del patrono, benedizioni, assenso alla città così stratificata e socialmente gerarchizzata. Si proponeva il modello della società cristianizzata modellata sulla figura del santo patrono. La Passio, utilizzando la 'leggenda erasmiana', si poneva come giustificazione del nuovo patto.
In questo quadro gli anacronismi ed il dato squisitamente storico acquistano minor rilevanza rispetto alle finalità "letterario politiche".
Al tempo della compilazione di Giovanni (1078/1088) la chiesa di S. Erasmo era stata da poco acquisita dai Benedettini cassinesi assecondando il progetto dell'abate Desiderio, finalizzato al controllo di uno sbocco sul mar Tirreno. Ma questo accadde anche per un più antico legame della Comunità benedettina con la ex cattedrale testimoniata in età più antica.
La Passio gelasiana nasceva da una profonda esigenza spirituale: la giustificazione del ruolo del vescovato in rapporto al governo della città d'origine dell'autore e la motivazione dell'acquisto della chiesa formiana (custode originaria delle reliquie del santo patrono) dalla famiglia ducale.
Due esigenze venivano così saldate e racchiuse nella narrazione: lo spostamento delle reliquie e del Vescovato, la nascita del culto del santo patrono.
La prima concerneva la permanenza a Gaeta del vescovo, attestata sin dall'VIII secolo. Ma bisognava motivare il passaggio delle reliquie da Formia a Gaeta: ecco allora l'esigenza di assicurare la 'distruzione' del luogo ecclesiale (la chiesa in quanto cattedrale) della sepoltura e custodia, atteso il fatto dell'impossibilità di una sicura conservazione e di un adeguato culto comunitario. D'altronde il santo defunto era ancora parte dell'organizzazione ecclesiastica, per il qual motivo se la Curia si spostava, identica sorte toccava alle reliquie. L'autore della Passio accetta questa 'norma' ma aggiornava il contesto temporale al periodo dell'incursione saracena su Roma con la violazione delle basiliche erette sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo in una sorta di assimilazione.
Circa la seconda esigenza, l'attestazione del culto cittadino ufficiale del santo patrono, questo può farsi risalire al momento della titolazione della cattedrale. Nel 981 (C.D.C., I, LXXX) la chiesa e l'episcopato erano sotto il titolo della Beata Vergine Maria; ma già nel 995 (C.D.C.,I, XCIV) Giovanni risulta essere archipresbitero della "Sancte Catholice et Gaietane aecclesie Sancte Marie et Sancti Erasmi". Pertanto il titolo erasmiano risale al periodo intercorrente tra il 981 ed il 995.
Proprio nel 981 (C.D.C., I, LXXIX) la nobiltà cittadina collaborava attivamente alla definizione dei conflitti giuridici e via via si collocava a fianco dei duchi. Nel 999 (C.D.C., I, CI) alla presenza del messo imperiale Nottichiero nel palazzo del governo della città presenziavano "quamplures maiores natu et minores Gaietae".
È in questo lasso di tempo che venne sanzionato il pubblico culto di Erasmo ed il suo patrocinio sulla città, testimoniato dalla monetazione con l'effigie del patrono. È il periodo nel quale si rendeva visibile il nuovo assetto raggiunto sotto i duchi Giovanni II, Gregorio, Marino II e Giovanni III.
La Passio gelasiana era stata compilata durante il periodo della dipendenza di Gaeta dai principi normanni di Capua Riccardo I e Giordano I. L'autore rievocava il periodo dell'indipendenza, esaltandola con il coniugare l'epopea sorta con la venuta saracena con l'epopea dell'autonomia ducale. Per di più l'autore era conscio del fatto che la Passio sarebbe stata letta in chiesa durante l'ufficio divino e nelle celebrazioni, utilizzata come omiletica così come accadeva già in età carolingia, un uso che era giunto a Roma attorno all'VIII secolo. Non era una novità: gli autori delle Passiones perseguivano anche scopi eminentemente politici, ed anzi talvolta tutto il culto del santo nel suo complesso assunse aspetti chiaramente politici.
In sintesi: la situazione politica e la necessità di incrementare la ricchezza fondiaria, su cui si basava il commercio mercantile ed il connesso conseguente sviluppo della città e ducato, legata al destino del Patrimonium, il nuovo equilibrio cittadino gaetano tra potere civile ed ecclesiastico mediato dalla creazione della figura del santo patrono, la documentazione incerta e storicamente poco affidabile sono il quadro complessivo nel quale va inserito il 'mito' della distruzione di Formia, 'modellata' nel periodo di maggiori attese per il ducato di Gaeta. La morte della città del Golfo ad opera dei Saraceni, degli 'infedeli', garantiva il distacco con il passato (l'opposizione al Papato), dichiarava l'affermazione definitiva di una nuova civitas (Gaeta), attestava la predominanza del duca sulle sue terre extra urbiche (acquisizione della chiesa di S. Erasmo alla famiglia ducale). La distruzione era in realtà la divisione del territorio formiano, la perdita di autonomia e unità. Ed è straordinario che Passio gelasiana (1078/1088) e Codex (1058/1062) in quasi perfetta contemporaneità inizino a parlare della dissoluzione dell'antica città del Golfo.
L'operazione di collage di tradizioni diverse e di 'traslazione temporale' delineata da Giovanni da Gaeta aveva come finalità attraverso la lettura delle passate vicende gaetane quella di rinsaldare l'orgoglio dell'unità cittadina nel periodo turbolento nel quale viveva, che sfociò attorno al 1092 nella cacciata del duca Rinaldo Ridello, figlio di Goffredo, della dipendenza capuana, e quella proclamazione di Landolfo dei conti di Suio, discendente della famiglia dei Docibile, a duca di Gaeta. Nella Passio vengono così a fissarsi l'evoluzione di un progetto ecclesiologico (il programma di distacco dalla famiglia ducale continuato dal vescovo Leone IV, successore di Bernardo) e la nuova situazione politica gaetana.

La frantumazione in borghi.

L'occupazione dei Saraceni dei colli prospicienti la costa di ponente del lido di Formia determinava il definitivo tracollo dell'unità cittadina, similmente a quanto accaduto alla Capua romana: alla sua rovina corrispondeva l'ascesa della nuova città capuana sul Volturno. L'antica Capua ri-nasceva sulle rovine romane sotto forma di borghi separati (Berelais, S. Maria Maggiore, S. Erasmo, S. Pietro).
L'accostamento non appaia del tutto casuale: Capua e Gaeta determinarono i destini di larga fetta del territorio ausonico-aurunco. Le due nuove entità demiche, ertesi a potenti autonomie, si contesero il dominio del vasto comprensorio tra Lazio e Campania.
Come Capua anche Gaeta assorbì la vicina sede vescovile di Formia nel graduale processo di spoliazione ed assimilazione dei distretti confinanti per ridurli a semplici succursali .
L'unità del territorio demico formiano si era sgretolata: una parte di Formiani rimaneva nel municipium restando a contatto con il pericolo saraceno, dopo che s'era già verificato in un passato non troppo lontano un travaso di abitanti nella sicura Gaeta. La popolazione si era stanziata per parte nell'agglomerato sito sull'arce, recinto da mura e tramutatosi ben presto in un castello murato, per un'altra parte nella striscia compresa tra il mare e l'Appia a ridosso di una rada naturale.
Il primo nucleo si denominò Castellone, il secondo Mola. Rimasero separati per quasi un millennio, sviluppandosi principalmente l'uno come rocca della civiltà contadina, l'altro come borgo legato alle attività marittime.

Castellone: via della Torre e porta dell'Orologio (vista interna).


Il destino di Mola dipese dal reticolo commerciale e di trasformazione, che le consentiva di mantenere rapporti strettissimi con Gaeta, soprattutto via mare. La sorte del Castellone veniva determinata in larga misura dalle vicissitudini dell'antica cattedrale di S. Erasmo. Dalla chiesa e dal cenobio annesso prendeva avvio una forma di signoria feudale, ad un tempo spirituale e temporale, degli abati benedettini prima cassinesi e poi castellonesi.
Nel IX secolo fino alla battaglia del Garigliano del 915, allorché la lega papale di Giovanni X smantellava il rîbat saraceno, stanziato sui colli non lungi dal fiume, venivano compiute transazioni economiche, forse grazie a quel patto di reciproca convenienza tra Gaetani e Saraceni. Si susseguivano donazioni e locazioni di terreni a Pagnano sulla strada per S. Maria la Noce, a Mergataro lungo la direttrice per Maranola, a Mola.
Con Docibile I a capo di Gaeta a partire dall'867 Gaeta aveva guadagnato un enorme prestigio; Formia, invece, aveva vista frustrata ogni speranza di autonomia. Entrava così nell'orbita della capitale del ducato, la quale cercherà di evitare per essa qualsiasi forma di resurrezione.
Occorreva attendere tempi migliori e soprattutto la magnanimità dei duchi Docibile II e Giovanni perché si provvedesse alla riparazione del porto e delle mura nonché della chiesa di S. Erasmo (934), che, a giudicare dai documenti del Codex (C.D.C.,I, XXXVI), non aveva subito danni gravi tali da determinarne l'inagibilità. Questi interventi venivano effettuati a distanza di circa un secolo dall'incursione saracena.
Dall'analisi dei documenti, tuttavia, ci si accorge che il nome Formia persisteva ancora a lungo negli atti ufficiali. Il titolo di civitas rimase fino al 1109 (C.D.C., II, CCLXXXIV) (secondo i dati emersi dal Codex) e fino al 1145 (RdC, 6; 14) (secondo le notizie desunte dalla Rubrica delle Carte).
Gaeta consentì alla oramai innocua Formia di mantenere l'inutile formale titolo di civitas. Quando la capitale ducale cadde nella diretta orbita normanna con Ruggiero II d'Altavilla, si spense anche l'ultimo ricordo della civitas Formiarum.

Formia: planimetria della cinta urbica di Castellone.


A metà del secolo XII il toponimo Formia comparve dapprima con quelli di Castellone e Mola, ora con l'uno ora con l'altro. Trascorse ancora un cinquantennio ed anche il nome Formia venne obliato. Difatti nella Rubrica delle Carte all'anno 1143 (RdC, 4) si menziona la chiesa di "S. Erasmo di Castellone", nel Codex, all'incirca nello stesso periodo (1158) ricorrono le fraseologie "Monasterium sancti herasmi et ecclesiam sancti Iohannis in formia" e "Ecclesiam sancti Laurentii ad molas" (C.D.C., II, CCCXLV e CCCLI).
La chiesa di S. Erasmo di Castellone era officiata da monaci prima ancora dei Cassinesi: nel 1016 la chiesa risultava possedere un monastero, di cui era abate il monaco Stefano (C.D.C., I, CXXXII).
I monaci cassinesi in linea con il progetto aligerniano giunsero presso il monte Caprile, fondando probabilmente il piccolo cenobio di S. Maria la Noce, risalente nella sua veste architettonica al X secolo circa, situato extra moenia, così come prescriveva la consuetudine monastica. Dalla piccola struttura i Benedettini raggiunsero l'antica cattedrale di Formia, a quel tempo ancora proprietà della famiglia ducale.
Con tenacia i monaci riportarono la zona alta della civitas romana (Castellone) nella condizione di poter ospitare maggiori nuclei familiari; commissionarono il miglioramento del sistema delle mura, strutturarono la micro società secondo i canoni della signoria feudale. L'acquisizione della chiesa di S. Erasmo non fu, però, né immediata né scontata. Nel 1058 Giordano I, principe di Capua, concesse la chiesa all'abate di Montecassino Desiderio, ma il Fedele ritiene il documento un falso.
Il monastero castellonese continuò ad acquisire tra il 1062 ed il 1066 chiese e terre sul versante marino.
L'abate cassinese Desiderio entrò in tutti i principali contratti riguardanti il territorio compreso tra Traetto ed il Garigliano, riuscendo a creare un corridoio tra la riva destra (il pantano di Minturno e la terra di Sujo) e la riva sinistra nei lembi terminali del Sessano, al fine di sfruttare la navigabilità del fiume. Si realizzava il sogno di Desiderio: aprire per l'abbazia di Montecassino uno sbocco a mare. In questo breve lasso di tempo si consumò così il passaggio di S. Erasmo nelle mani dei Cassinesi. Probabilmente il termine post quem può essere considerato proprio l'anno 1062 a motivo delle acquisizioni operate dalla chiesa di S. Erasmo, iniziate per l'appunto con il 1062 e poi progressivamente accentuate. Anteriormente al 1062 si registra l'assenza di transazioni.
Desiderio, a compimento del suo disegno, fece incidere nel 1066 il portale bronzeo dell'abbazia benedettina con l'elenco di tutti i cospicui possedimenti, tra cui S. Erasmo, da poco trasferita nelle mani dei Benedettini.
La conferma viene dalla lettura della carta di donazione di due terre all'abate Marino della chiesa di S. Erasmo "in civitate furmiana iam diruta" e "in ordine coenobiali ordinata" (C.D.C., II, CCXXVI). Il progetto desideriano era stato facilitato dal concomitante interesse dei successori del vescovo di Gaeta Bernardo ad aprire spazi all'iniziativa monastica e laicale, essendo oramai i monaci elementi insostituibili per la rinascita dei centri di culto e per l'assistenza alle popolazioni rurali. A Leone IV della famiglia ducale successero monaci benedettini e cassinesi sulla cattedra gaetana: Rainaldo I (1090-1094), che consacrò l'altare dedicato a Erasmo nella Cattedrale di Gaeta e nella basilica di S. Martino su invito dei Cassinesi, Riccardo (1124), Teodino e Trasmundo (1148-1151) e Rainaldo II (1169-1179).
Dopo il 1170 secondo il Codex (C.D.C., II, CCCLI), dopo il 1241 secondo la Rubrica delle Carte (RdC, 15) converrà parlare formalmente di due borghi distinti: Mola e Castellone, nella realtà già separati da decenni.
Nel 1197 si scriveva "Castellone, che dicevasi Formia" (RdC, 11) e nel 1305 (C.D.C., III(I), CCCCXXVIII), Mola e Castellone comparivano da allora in poi assieme senza il nome Formia.
Ed il nome Formia riapparirà solo con l'Unità d'Italia per simboleggiare la ritrovata riunificazione del proprio territorio attorno alle attuali vie F. Rubino, Vitruvio e F. La Vanga, nuovo fulcro cittadino.

Il saggio di R. Frecentese è tratto da "Formia nell'alto medioevo tra VI e XI secolo: dalla civitas ai borghi", in R. Frecentese, Studi e ricerche sul territoito di Formia. Caramanica, Marina di Minturno, 1996, pp.3-55.